Nella mente dei campioni: la psicologia delle Olimpiadi

partenza_pista_atleticaPerché parlare di Olimpiadi e Psicologia? Perché a partire dalla fase di preparazione, passando per quella della prestazione per arrivare a quella post-olimpica, gli aspetti mentali coinvolti sono davvero tanti. In quest’articolo percorreremo insieme i principali, per capire cosa passa per la testa dei campioni che conquistano l’agognata partecipazione.

L’aspettativa

Sono l’evento più sognato, desiderato, rincorso da ogni atleta di qualunque disciplina: le Olimpiadi, la cui storia si perde nell’antichità, hanno un fascino tutto particolare, unico, amplificato dal fatto che si verificano ogni quattro anni. Il primo nemico da sconfiggere è quindi l’aspettativa: puntare tutto su questo evento facendo discendere da esso il giudizio di quanto si vale come atleti è il primo errore che si può commettere. In ogni gara ci può essere l’insidia dell’aspettativa, ma per le Olimpiadi è particolarmente forte proprio proprio perché si attendono a lungo. A volte, parlando di visualizzazione, alcuni atleti mi chiedono se così non rischiano di crearsi aspettative che poi non vengono soddisfatte. La risposta è no, sono due fenomeni molto diversi, ecco perchè è importante lavorare con il proprio Mental Coach per distinguerli e gestirli efficacemente.

Il narcisismo

“Partecipo alle Olimpiadi, ne posso fare un vanto, sono al centro dell’attenzione”. Far parte della squadra che rappresenta una nazione in una manifestazione così prestigiosa soddisfa un po’ del nostro narcisismo. Fin qui, nulla di male. Il problema sopraggiunge quando l’atleta si identifica eccessivamente con questa partecipazione, passando dal dire “prendo parte alle olimpiadi” a “sono un atleta olimpico”: il rischio è che rimanga intrappolato in questa identità che definisce, blocca, carica di responsabilità e di attese, fino ad essere schiacciante anche dopo l’evento. Ve lo ricordate il mito di Narciso? Potrebbe succedere un po’ la stessa cosa: a forza di crogiolarsi nel traguardo raggiunto “sono un atleta della Olimpiadi”, l’appagamento che ne deriva può ridurre la motivazione e la grinta per affrontare la gara, facendo “morire” l’atleta nel contemplare la propria immagine di successo apparente.

La pressione e la paura

Gli occhi di tutto il mondo sono puntati addosso, da quelli dei familiari più intimi a quelli delle tv internazionali. Non stupisce che molti atleti patiscano la forte pressione, fattore stressogeno e limitante della prestazione. È come se, sentendosi in dovere di dimostrare il lavoro di quattro anni a tutti coloro che guardano e alla nazione che si rappresenta, l’atleta corre il rischio di perdere il proprio centro facendosi cogliere da una paura paralizzante di non rispettare le attese, il che lo può portare a prestazioni molto inferiori o a errori grossolani.

La distrazione

Niente di più facile che  perdere il focus sull’azione in un ambiente iperstimolante come quello di una gara olimpica. Annunci, tempi di attesa, avversari, pubblico, giornalisti, tv reporter, cerimonie di premiazione tra una gara e l’altra… Ecco perché è importante che sia stato svolto un accurato lavoro nei mesi precedenti per saper gestire l’attenzione e la concentrazione rilassata: in tali condizioni si rischia altrimenti di disperdere le proprie energie mentali e di perdere di vista l’unica cosa che si può controllare, il proprio gesto.

Il perfezionismo

Alcuni sport vi si prestano più di altri, soprattutto quelli individuali. Il perfezionismo è una trappola che va combattuta perché rischia di creare rigidità e incapacità di far fronte a situazioni impreviste, che si distaccano dall’ideale di prestazione che l’atleta si è costruito. Servono invece lucidità, consapevolezza, flessibilità, capacità di reazione, resilienza per riuscire a cavalcare l’onda così come si presenta.

Il post olimpiadi: e adesso?

È fondamentale che un atleta si ricordi di avere una vita piena al di là dei propri allenamenti e delle proprie gare per evitare la cosiddetta “depressione post-olimpica” che sopraggiunge come una sensazione di vuoto e di demotivazione al rientro a casa. Soprattutto nel caso non si sia riportato un risultato pienamente appagante, se si è investito tutto negli ultimi tempi solo in vista della gara olimpica il rischio è quello di trovarsi con un pugno di mosche e di sentirsi come persi. Tuttavia, anche in caso di successo, se sono state investite energie nervose in modo eccessivo si può andare incontro ad un periodo in cui nulla è più in grado di motivare e di stimolare, sentendosi arrivati come atleti. Questo accade soprattutto agli atleti che sono orientati al risultato, ossia coloro che si impegnano in un compito per dimostrare a se stessi e agli altri di essere bravi, piuttosto che agli atleti orientati in modo più funzionale alla performance, ossia coloro che si impegnano in un determinato compito per migliorarsi sempre.

da: surfare.eu

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