Guarire dall’azzardo sulle colline anconetane

arezzoteletruria_slot«Per uscire dalla dipendenza è necessario riscoprire il valore dell’uomo e della sua spiritualità». Il dottor Vincenzo Aliotta riassume così la filosofia che orienta l’approccio all’azzardopatia portato avanti nel centro San Nicola, che lui stesso ha fondato tre anni fa a Piticchio di Acerva, nell’entroterra di Ancona, per lottare contro vecchie e nuove schiavitù psicofisiche.

Lontano dalle luci effimere delle sale slot, immersi nei silenzi delle colline marchigiane, i pazienti tentano di rimettere insieme i cocci delle loro vite, finite in pezzi inseguendo il miraggio della vincita facile. «Iniziamo con il dire che chi arriva da noi non soffre quasi mai di una sola dipendenza – spiega Aliotta –. Abbiamo a che fare con azzardopatici che sono al tempo stesso anche alcolisti. Oppure tossicodipendenti. Una patologia aggrava l’altra, e viceversa».

Un circolo vizioso in cui finiscono sempre più persone, provenienti da ogni strato sociale. «Curiamo soprattutto i giovani, tra i 18 e i 35 anni. C’è il professionista che ha iniziato per curiosità e poi è finito nel tunnel, quello che ha vinto una volta e poi ha continuato perdendo tutto, fino a tentare il suicidio. Su trecento pazienti curati finora in questi tre anni, il 7% manifestava problemi legati a slot e scommesse. Il fenomeno, complice la crisi, è in crescita. Più della metà, però, riesce a guarire».

Come? Mettendosi in discussione attraverso un metodo che risale addirittura al 1935. Lo chiamano ‘dei 12 passi’, perché prevede di giungere a una piena consapevolezza del disagio applicando appunto 12 principi. Il primo, semplicemente, prevede l’ammissione di essere impotenti davanti al vizio. L’ultimo porta – dopo un percorso di ‘risveglio’ psicologico e spirituale – a comunicare la propria esperienza davanti ad altre persone che vivono lo stesso problema. Lo inventarono gli Alcolisti Anonimi, ma a quanto pare dà buoni risultati anche tra i malati d’azzardo. «Ci si confronta in gruppo, con la logica dell’aiuto reciproco. Si comprendono i danni relazionali provocati e si lavora su se stessi per ripristinare i legami compromessi».

Anche le persone care diventano compagne di viaggio verso la guarigione. «È necessario, perché anche le famiglie si ammalano. E bisogna guarire anche loro: per questo le facciamo incontrare, all’inizio senza il paziente. Si scambiano esperienze e cercano soluzioni concrete al loro problema».

Parallelamente, il paziente viene coinvolto in attività alternative. È la cosiddetta ludoterapia, si guarisce divertendosi. «C’è il corso di teatro, che consente di mettere in scena uno psicodramma liberatorio. Ognuno scrive la sua pièce e poi la rappresenta. La fotografia consente invece di migliorare la capacità di osservazione, anche di se stessi, e di sviluppare le doti creative. Così come il corso di ceramica. In questo modo, le energie sperperate nell’azzardo vengono canalizzate in una forma creativa: dall’atteggiamento distruttivo si passa a quello costruttivo».

Il percorso dura due mesi, poi il paziente si rituffa nella quotidianità. «Trascorrere tempi lunghi in una comunità rischia di tagliarti fuori dalla società. Ma è chiaro che due mesi non bastano per guarire. Serve un follow up adeguato: per questo è previsto un incontro settimanale in cui si è chiamati a raccontare i progressi fatti, ma anche gli inevitabili scivoloni in cui si incappa». Il grande avversario da battere si chiama solitudine. La stessa che risucchia i giovanissimi dentro nuove patologie. «Ci sono ragazzi che passano anche dieci ore navigando in Internet e finisocno con il perdere i contatti con il mondo vero. Crescono anche i sesso dipendenti».

Minimo comune denominatore, spiega Aliotta, è la tendenza a rinchiudersi in «bolle virtuali che allontanano dalla vita reale». Diventa fondamentale cogliere in tempo i segnali dell’alienazione. Per questo il centro ha avviato anche un corso di formazione rivolto ai gestori delle sale: «L’importante è costruire un rapporto empatico con il giocatore, per aiutarlo a capire quando è il momento di fermarsi. Prima che sia troppo tardi».

Da Avvenire

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